Il mio diario: pensieri, osservazioni, racconti e leggende sul dogo argentino
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22-07-2008
EL VIEJO DOGO
I primi dogos li ho visti nel 1968. Erano cagnacci. Piuttosto bassi, un po’ lunghi, con linee dorsali insellate e appiombi non certo corretti. Buone teste, buoni petti, discesi e larghi. Pigmentazione spesso povera. Chiusura normalmente a forbice, ma non erano rari i casi di tenaglia e anche di prognatismo. Erano, quelli, cani molto simili a un pit bull attuale, ma con peso oscillante tra i 35 e i 40 chili. Altezza media al garrese dai 55 ai 60 centimetri. Quando dico che erano cani piuttosto simili ad un pit bull attuale, mi riferisco non ad un perfetto APBT in standard ADBA. Mi riferisco piuttosto a quelle linee di pit bull allevate in consanguineità, che hanno magari delle lacune sotto il profilo morfologico, ma che nel loro pedigree contano un numero esagerato di Gr. Ch.. E, loro stessi, sono animali che non conoscono la resa e dimostrano doti di resistenza e pervicacia che rasentano l’inverosimile.
Sono quei cani che, a vederli, dicono poco, salvo poi riservare sorprese incredibili sotto il profilo della funzionalità. Veri miracoli della natura, o della genetica.
Così erano i dogos, allora. Dicevano poco, a prima vista, ma erano duri e determinati, silenziosi e resistenti, fedeli e sottomessi. Poco litigiosi coi consimili, almeno che non fossero provocati. Leaders severi, ma giusti, nel loro branco. Cani di forte carattere, ma davvero affidabili. Sinceri, sicuri di sé, tranquilli.
Dopo alcuni anni, nella prima metà degli anni ’70, già si poteva notare una notevole metamorfosi. C’erano animali leggeri e ce n’erano degli altri molto pesanti e alti. Man mano che il dogo andava imponendosi nelle città, abbandonando quindi la sua funzione originale di cacciatore, abbiamo osservato come la stazza sia aumentata e, allo stesso tempo, come la funzionalità abbia iniziato a perdere colpi. Così, negli anni, siamo arrivati al dogo attuale, ottimo cane da compagnia e da guardia, ma assai limitato come cacciatore. Capace, sì, di combattere con un cinghiale, e di farlo con un valore straordinario, ma con dei limiti per quanto concerne la caccia vera e propria, che consiste nella cerca, nella seguita e nella presa. In Argentina, per la verità, i compiti del dogo sono più facili e può essere utilizzato con successo per quelle che sono le sue funzioni originali. Là il territorio è diverso, rispetto al nostro. Grandi pianure, vegetazione di media densità, canneti, vento teso che porta facilmente l’odore del selvatico.
Da noi ci sono le montagne, gli avvallamenti, i roveti, le rocce, i burroni, i canaloni, la natura è intricata e aspra, praticamente impenetrabile per gli animali che non abbiano lo zoccolo (ungulati). Il cane, di qualunque sia razza, stenta, fa fatica a calpestare pietre aguzze e roveti che si estendono per ettari. E quanto è maggiore il peso del cane, tanto più palpabili sono i suoi limiti.
A partire dagli anni ’80, la gravissima crisi economica che ha ridotto l’Argentina alla bancarotta ha determinato che gli allevatori di dogos abbiano potuto sopravvivere grazie all’esportazione dei loro esemplari. In quegli anni il mercato richiedeva dogos di grande mole. Sembrava che quanto più grande e pesante era un dogo, tanto maggiore fosse la sua qualità. In quegli anni abbiamo visto proclamare “Campioni del Mondo” esemplari che superavano i 70 centimetri al garrese, con peso oscillante tra i 50 e i 60 chili. Alcuni, inutile negarlo, erano spettacolari sotto il profilo estetico. Ben presto, però, sono apparsi evidenti gli incroci con l’Alano Arlecchino, che ha portato gravi tare genetiche alla razza. Displasia, cardiopatie, problemi con la terza palpebra, sordità, occhi gazzuoli, scarsa pigmentazione del tartufo, gigantismo, linfatismo, e chi più ne ha più ne metta.
Specialmente in Olanda sono state importate linee di sangue davvero contaminate con l’Alano Arlecchino e, infatti, molti sono stati gli esemplari provenienti da quel paese che dimostravano chiaramente questa consanguineità. Anche in Giappone sono stati importati dogos contaminati, fuori taglia, che hanno dato origine a linee di sangue scarsamente utilizzabile per la caccia in quei territori, per altro molto simili ai nostri. Lo stesso è avvenuto nei paesi dell’Est Europeo e del Nord Europa, sino ad arrivare – negli ultimi anni – alla Russia.
Grossi dogos, forse buoni cani da compagnia e da guardia, ma negati per il lavoro. Capaci, forse, di farsi valere in un recinto, ma inutili in campo aperto, nella pratica della caccia vera e propria.
Nel 2004, con la Fiesta Doguera di Montichiari, abbiamo voluto ratificare come il dogo sia soprattutto un cane da caccia. Da quel momento in avanti c’è stato un cambiamento nella visione del dogo. Si è iniziato ad apprezzare i soggetti più funzionali, quelli in miglior stato fisico. La gente si è resa conto che quelle specie di”zeppelin” che si vedevano nelle esposizioni servivano solo a mangiare bene e a dormire sodo. La negazione, in senso assoluto, del vecchio dogo voluto da Antonio Nòres Martìnez, di quel combattente silenzioso che batteva il monte tranquillo ma inesorabile.
Ad un certo punto ci si è resi conto che gli standard ufficiali del dogo, tanto quello redatto da Agustìn Nòres Martinez come l’attuale, entrato in vigore nel 2001, erano standard fasulli, che voltavano le spalle all’unico standard vero, quello redatto dal creatore della razza, Antonio Nòres Martìnez. In quello standard solo venivano evidenziate le proporzioni che un dogo deve osservare tra le varie parti che compongono il suo corpo, senza però indicare un peso o un’altezza. Né peso né altezza, infatti, determinano la funzionalità di un cane, mentre sì è possibile affermare che un esemplare che superi i 30 chili di peso solo eccezionalmente può essere realmente funzionale. Il segreto è soltanto uno: concentrare la massima forza nel minor perimetro e nel minor peso possibili. Forza e leggerezza determinano resistenza e la resistenza è la dote basilare di un cane da presa. Il temperamento, la cui trasmissione nel DNA è per lo meno dubbia, è spesso la conseguenza di un fisico sano, cinematicamente efficiente, che permette all’animale di superare in scioltezza le prove fisiche più estreme.
A questo punto, per ricuperare il dogo, el viejo dogo, ci siamo trovati davanti due strade. L’una prevedeva l’innesto di razze diverse ma compatibili; l’altra richiedeva un’opera certosina di selezione in purezza, andando a pescare tra quei pochi esemplari che ancora conservassero una buona funzionalità.
La prima via, più semplice e diretta, significava dover imbrogliare. Migliorare sì la razza, ma anche cambiarla, allontanarsi in modo drastico dallo standard anche se questo, in estrema analisi, significava migliorare lo standard esistente.
La seconda via, più lunga e piena di ostacoli, ci dà però la sicurezza di un risultato permanente, laddove siano racchiuse non solo le caratteristiche morfologiche del viejo dogo, ma anche quelle doti caratteriali che fanno del dogo il più affidabile tra tutti i cani da presa che io conosca.
Ho scelto la strada più difficile, affidandomi anche ai consigli dell’amico Ulises Nòres d’Andrea, che mi ha facilitato un suo cane, Tom de la Cocha, dal quale ho ricavato linee davvero interessanti. Dogos leggeri, capaci di arrampicarsi sugli alberi. Veri atleti, con fiato naturale comparabile a quello dei migliori APBT.
Oggi sto consolidando linee davvero interessanti, che sono sicuro daranno soddisfazioni grandissime in termini di salute e longevità, qualità queste che la razza, così come si è trasformata nel tempo, sta rapidamente perdendo.
Parallelamente al mio lavoro col dogo, sto da alcuni anni portando avanti la selezione di una nuova razza, per consolidare la quale ho potuto attingere a razze che considero al top della funzionalità. Il punto finale sarà un cane specifico per la caccia la cinghiale, capace de realizzare in branco tutti i passaggi che compongono una normale battuta di caccia. Dovrà, questo cane, saper seguire la traccia sul terreno, dovrà poter abbaiare quando avrà fiutato la traccia fresca, dovrà braccare il selvatico nel monte più intricato e dovrà pure essere in grado di bloccarlo, se necessario, o farlo muovere verso le poste, se così fosse richiesto dal tipo di battuta a cui si partecipa. Sarà un cane leggero, dotato di grande forza e grande coraggio, pervicacie all’estremo e resistente ad ogni condizione di lavoro.
La stabilizzazione di questa nuova razza è ormai vicina, visto che ho tutti gli elementi necessari per il raggiungimento dello scopo. Le previsioni sono non solo incoraggianti ma, direi, proprio entusiasmanti. Mi aiuta in questo lavoro un amico del quale per ora non voglio fare il nome, ma che è colui che mi consiglia gli incroci con le razze che io non conosco e sulle quali lui è profondamente competente. I soggetti di questa nuova razza saranno ceduti solo a cacciatori autorizzati, provvisti di licenza e facenti parte di squadre riconosciute. Non saranno venduti ma ci sarà uno scambio con alimento, in quanto il progetto merita di essere sovvenzionato dai veri patiti della caccia sportiva.
Questa scelta è dovuta al fatto che ormai il dogo è diventato un magnifico cane da compagnia e, se vogliamo, da guardia ma, tranne poche linee, ha subito una trasformazione che lo rende inidoneo per la caccia al cinghiale nei nostri territori. Ciò non ostante, il dogo potrà sempre accompagnare in muta i cani della nuova razza in quanto, seppur più lento, ha una certa complementarietà con gli stessi.
Sarà comunque la ginnastica funzionale a fare la differenza. Una razza abituata per generazioni alla pratica venatoria si va perfezionando sotto il profilo fisico e dell’istinto, sino a raggiungere quei limiti che, all’inizio, neppure sono stati immaginati.
Paolo Vianini